INTERVISTA A GIACOMO CANOVA. Infermiere in Pronto Soccorso, Vicenza. A cura di Monica Vaccaretti

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INTERVISTA A GIACOMO CANOVA. Infermiere in Pronto Soccorso, Vicenza

A cura di Monica Vaccaretti

Giacomo Sebastiano Canova, classe 1990. Infermiere prima in Emergenza territoriale 118 di Vicenza e Verona e, dal 2015, in Pronto Soccorso dell’AULSS 8 Berica (Ospedale di Vicenza). Ha conseguito inoltre la Laurea magistrale in Scienze Infermieristiche e Ostetriche presso l’Università di Verona ed è formatore in numerosi corsi rivolti alla popolazione sanitaria e non. Oltre a ciò, è co-fondatore del progetto di sensibilizzazione su sostanze stupefacenti e incidenti stradali ad esse correlati “Da che parte vuoi stare?”, rivolto agli studenti delle scuole medie inferiori e superiori. Dal, 2017, infine, fa parte in qualità di NurseReporter del team del quotidiano infermieristico online Nurse24.it.

Che cosa significa essere infermiere in Pronto Soccorso, Giacomo?

Quello che significa essere infermiere ovunque, in una corsia di reparto come in area critica. Siamo tutti infermieri che portano la professione dove si sceglie o dove si è mandati. Essere infermiere in Pronto Soccorso significa avere delle competenze specifiche e specialistiche in Urgenza ed Emergenza. Significa inoltre avere notevoli responsabilità, come quando si è in Triage. Nonostante l’adeguata e continua formazione, ci sono spesso dei rischi legati ad aspetti medico legali di cui è bene essere consapevoli per esercitare al meglio delle proprie competenze. Essere infermiere in Pronto Soccorso significa svegliarsi la mattina e non sapere che situazione trovare e che cosa si sarà chiamati a gestire quel giorno: il reparto può essere già affollato dalla notte precedente, i primi codici rossi possono arrivare già di buon mattino e si ha appena il tempo di timbrare e prendere consegne. La giornata può iniziare con un ritmo frenetico oppure diventare movimentata soltanto in tarda mattinata o a sera inoltrata. Ho sempre pensato che il Pronto Soccorso ti dà tanto e ti toglie tanto. Dà tanto perché ti arricchisce sul piano professionale ed umano, per le competenze che si acquisiscono e per le persone che si incontrano. E ti toglie tanto perché dopo dodici ore di Emergenza è dura tornare a casa e dare ancora quando si ha solo voglia di riposare. Per gli infermieri i familiari sono tutto. Quando ti capita il caso difficile che ti lascia i segni addosso aiuta molto avere qualcuno a casa che capisce i tuoi silenzi e i tuoi sguardi già sulla porta. Mi aiuta poi la mia motivazione iniziale, la volontà di lavorare in Area Critica.

Oltre il sonno rubato, le difficoltà del turno, le emozioni, l’adrenalina, l’imprevisto che vivi ogni giorno ed ogni notte in pronto Soccorso, che cosa ti porti a casa?

Mi porto a casa tante storie di persone. Anche se gli incontri si consumano veloci, la durata di un minuto al Triage o di un periodo più intenso in Area Rossa. Ci sono storie che colpiscono di più perché ricordano qualcosa o qualcuno o sono più forti emotivamente. Ma non ci si può permettere di fermarsi troppo a pensarci, ci sono altri pazienti da curare ed altre storie da sentire. Ci si può concedere talvolta un momento di sfogo o di confronto con un collega ma poi bisogna tornare dentro e tornare ad essere pienamente operativi. E’ facile dire “timbro il cartellino ed è finita”, non sempre è così, qualche volta non è finita, non finisce mai. O finisce tardi. Oppure inizia. Il professionista asettico, quello che non si lascia scalfire dalle emozioni della nostra professione, delle problematiche familiari lasciate a casa, del nostro di dentro, non esiste. Bisogna sapere dare le giuste priorità del momento e saperle gestire. Per dare il meglio al lavoro e fuori. Bisogna saper controllare e gestire il pensiero e le emozioni che saltano fuori con l’empatia. Al paziente in pericolo di vita, che a te si affida e che di te si fida, poco interessa dei tuoi problemi personali, in quel momento vuole un professionista competente in grado di gestire le proprie emozioni e salvargli la pelle.

Qual è il percorso formativo in Pronto Soccorso?

L’addestramento prevede circa sei mesi in area verde, poi in area rossa e osservazione breve intensiva. Contemporaneamente si frequentano specifici corsi di BLS, BLSd, BLS pediatrici, ACLS ed il corso di Triage. Dopo più o meno due anni di esperienza si è pronti per essere assegnati al triage, dove sono richieste capacità avanzate, conoscenze su protocolli operativi e percorsi organizzativi, responsabilità adeguate per gestire grandi afflussi, trasferimenti da altri reparti o altri ospedali, criticità. Ci sono molti colleghi che oltre alla formazione fornita dall’Azienda investono sulla propria formazione con master e laurea magistrale.

Come descriveresti il paziente che accede in Pronto Soccorso?

E’ un paziente che esprime un bisogno di aiuto nel momento in cui varca la soglia del Pronto Soccorso. E’ un reparto che è a disposizione della cittadinanza H24, la porta è sempre aperta e talvolta siamo l’unica risposta anche quando non dovremmo essere noi la risposta più pertinente. In ogni caso ci siamo anche per indirizzare nella giusta direzione il paziente che cerca una risposta soddisfacente così da risolvere il suo problema di salute o il suo bisogno di informazioni. Non è vero che il paziente viene in Pronto Soccorso per niente o per perdere il suo tempo. Viene da noi perché di qualcosa ha bisogno e un buon infermiere deve capire come aiutarlo ed orientarlo. Talvolta il paziente viene soltanto perché ha bisogno di sentirsi dire che sta bene. E non è cosa da poco.

Quali sono le difficoltà di ogni giorno in prima linea?

Le difficoltà sono tante ma se un infermiere è motivato e ha alle spalle un team che lo aiuta le difficoltà possono essere superate. Se un infermiere è stanco dei ritmi logoranti del Pronto Soccorso, è giusto che come professionista abbia la possibilità di cambiare prima di arrivare al burn out, che è sempre dietro l’angolo, pronto ad aggredirti, nelle professioni di aiuto come la nostra.

Sei un nurse reporter di Nurse24.it, un quotidiano telematico nazionale scritto da infermieri con la passione per il giornalismo. Ci vuoi raccontare questa esperienza?

Rimango un infermiere anche quando scrivo come nurse reporter. Con Nurse24.it è nata una collaborazione da più di un anno che dà molta soddisfazione perché mi permette di essere sempre aggiornato. Scrivo prevalentemente articoli con taglio formativo per studenti su argomenti clinici, mentre talvolta altri sono contributi più di “filosofia infermieristica”, cioè tutto ciò che sta dietro alla clinica. Ho deciso di scrivere per loro perché mi ha convinto subito il loro progetto. E’ una redazione di giovani professionisti guidati da una giornalista. Grazie a loro sono entrato nel mondo del giornalismo online, acquisendo delle competenze aggiuntive che mi aiutano anche nella mia professione per analizzare e comprendere alcuni fenomeni in ambito sanitario. Il lavoro, sebbene all’apparenza siano “solo” 5000 caratteri, è corposo, in quanto non basta solamente scrivere bene, bisogna sapere come scrivere e cosa proporre. La maggior parte dei lettori sui social network si fermano a guardare l’immagine e a leggere il titolo, occorre quindi invogliarli alla lettura catturando attenzione ed interesse. Scrivere per loro mi ha permesso anche di combattere la disinformazione sanitaria che dilaga sul web e sui social tra il pubblico spesso di bassa cultura. Ad esempio ho scritto recentemente un pezzo per Nurse24.it che ha avuto un ottimo riscontro: ho svolto un’inchiesta entrando in incognito nei gruppi Facebook che pubblicavano bufale alimentanti i cosiddetti “no vax” per controbattere le loro posizioni.

Hai trovato il tempo di occuparti anche di altro, oltre al servizio in Pronto Soccorso e alla tua collaborazione con Nurse24.it. Ci vuoi raccontare di cosa si tratta?

Ho realizzato un progetto educativo. Si chiama “Tra il tuo bene e il tuo male da che parte vuoi stare”, un nome preso da una frase di una canzone di Ligabue “La linea sottile”. Nasce a Vicenza quattro anni fa insieme ad un caro amico, Giovanni Ranoldi, un counselleor professionale formatosi a Padova. Si pone l’obiettivo di entrare nelle scuole per raccontare ai ragazzi la realtà di tutti i giorni sulle strade, nelle comunità, sotto i ponti, nelle zone disagiate delle nostre province. Parliamo loro di tossicodipendenze, compreso l’abuso di alcool, e di incidenti stradali. L’incontro dura circa due ore: in una prima parte vengono illustrate da Giovanni le principali tossicodipendenze e di quanto queste in realtà siano vicine a loro. Successivamente, il mio intervento si focalizza sugli incidenti stradali: non ho nessuna slide scritta, solamente foto e video che raccontano le tragedie purtroppo quasi quotidiane che avvengono nelle nostre strade. Storie di persone morte sulla strada per una cintura di sicurezza non allacciata, un casco non indossato, per essersi messe alla guida in stato di ubriachezza, per non aver rispettato i limiti di velocità e le distanze di sicurezza. Non diciamo mai ai ragazzi “Non schiacciate troppo l’acceleratore”, noi facciamo vedere cosa succede se quell’acceleratore lo premono. Poi ciascuno è libero di decidere che fare, sono loro che decidono se mettersi alla guida senza sicurezza. Nonostante parlare ai ragazzi di oggi sia difficile, ci sorprende sempre la loro reazione. Forse ci aiuta il fatto di essere giovani, poco più grandi di loro. Sta di fatto che c’è silenzio ai nostri incontri, un silenzio che parla. Non è il silenzio di gente che dorme, ma un attento ascolto di persone che pensano. In questi interventi suscitiamo in chi ci ascolta delle emozioni volute che non è facile crearle con ripetitività, nonostante talvolta si facciano anche tre incontri consecutivi nella stessa giornata. Visto il successo delle presentazioni, il progetto si è esteso anche fuori Vicenza e fuori Regione. Siamo stati a Rovigo, Carrè, Padova, Selvazzano Dentro. Da tre anni siamo chiamati anche ad Udine, in un liceo scientifico. Ci siamo costruiti una rete di scuole che credono nel nostro progetto e ci danno fiducia.

Qual è la motivazione che ti dà tanta energia per essere infermiere su più fronti operativi? E che cosa pensi della professione?

La motivazione? Il mio sentirmi orgoglioso di essere infermiere. Do ut des. La professione mi ha dato tantissimo e io sto cercando di dare qualcosa di mio alla professione. Il mio tempo, le mie energie. Lavorando 12 ore in Pronto Soccorso, scrivendo articoli infermieristici e andando nelle scuole per valorizzare la figura dell’infermiere. Far conoscere ciò che siamo e che facciamo. Trasmettere un’immagine della nostra professione che sia reale ed obiettiva, libera dai preconcetti e dai cliché dati spesso erroneamente dagli stessi mass media. Siamo professionisti degni in ogni setting. Non esistono categorie e classi di infermieri, esiste l’infermiere. Da quello che supera il concorso per fare il Direttore Generale a quello che si occupa di formazione e management sino al neoassunto che lavora in corsia. Il futuro secondo me vedrà infermieri specializzati, come già avviene all’estero, che sanno far tutto in un determinato setting con competenze certificate ed avanzate. Questo cambiamento ci viene chiesto dai pazienti, dalla società e dalle Aziende Sanitarie stesse. Abbiamo in mano una professionalità che non è costruita per caso, ci viene fornita da tre anni universitari. E nessuno di noi vuole giocare a fare il piccolo medico, abbiamo una nostra identità che dà il massimo e non vuole sentirsi sminuita, svilita o limitata da altre figure professionali. Le potenzialità dell’infermiere nelle sue competenze acquisite vanno rispettate e riconosciute, sotto l’aspetto economico e sociale, perché si agisce sulle persone e per le persone, come accade nel mondo anglosassone. La nostra immagine la costruiamo noi. La società ci riconosce sempre come infermieri, anche senza la divisa addosso. Siamo sempre infermieri, non solo quando esercitiamo la nostra professione. Ed è colpa nostra se la società non ci dà il peso che meritiamo. Dobbiamo essere sempre inattaccabili perché abbiamo un dovere e una responsabilità come infermieri verso i cittadini.

Quali sono i tuoi progetti per il futuro?

A breve termine andare in vacanza qualche giorno ed avere un po’ tempo da dedicare agli affetti in famiglia. Pensando più in là, raggiungere quello che è l’obiettivo che mi ha fatto intraprendere questo percorso: diventare infermiere di 118 e di elisoccorso. Sempre allargando gli orizzonti, quando avrò finito con la clinica, mi piacerebbe occuparmi degli infermieri lavorando in area formazione, organizzazione o ricerca usufruendo della laurea magistrale conseguita.

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